29/05/2009 - Firenze, Fortezza da Basso, dal 29 al 31 maggio TERRA FUTURA 2009  



Firenze, Fortezza da Basso, dal 29 al 31 maggio TERRA FUTURA 2009
Non è solo CRISI economico-finanziaria ma DEI DIRITTI SASKIA SASSEN: «La green economy ci aiuterà a vincere la crisi» FRANCOIS HOUTART: «Per il capitalismo i diritti sono mere esternalità, ma per superare questa fase difficile devono tornare al centro».


Firenze – 29 maggio 2009 - Più di 50 milioni di persone nel 2007 e altrettante nel 2008 sono andate sotto al livello di povertà, mentre entro il 2010 si stimano 150-200 milioni di ecoprofughi. Altri 50 milioni di persone sono rimaste senza lavoro, secondo dati forniti dal Wto. Sono solo alcuni dati che dicono quanto la crisi che ha investito il pianeta non sia solo economico-finanziaria, ma soprattutto sociale. Una crisi che ha negato e tuttora nega i diritti fondamentali a milioni di persone: diritto al cibo, diritto alle risorse energetiche, diritto di vivere nel proprio paese senza che l’ecosistema collassi. Perché i diritti umani e sociali, così come la tutela dell’ambiente, non rientrano all’interno delle logiche di mercato e sono considerati delle pure “esternalità”, le cui conseguenze sono pagate dalla società civile. Se ne è parlato questa mattina a TERRA FUTURA, la mostra convegno delle buone pratiche di sostenibilità che si è aperta alla Fortezza da Basso di Firenze (sino a domenica 31 maggio), nel convegno “Estendere i diritti sociali per far crescere l’economia”, a cura di Banca Etica, Fondazione culturale Responsabilità etica, Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete e Legambiente.

Il dibattito sulla tutela dei diritti umani e sociali è un fil rouge nella prima giornata di Terra Futura. Le cause e le possibili soluzioni, ma anche le opportunità offerte da questa crisi globale nella promozione di un nuovo welfare e dei diritti umani sono state oggetto di confronto tra i massimi esperti in materia. Francois Houtart, sociologo belga, prete cattolico fondatore del Cetri (Centro Tricontinentale) e membro della commissione Onu per la crisi, insiste nel sottolineare che si tratta di “una crisi a tutto tondo”, che investe ogni ambito del vivere civile. Ma quali strade devono essere percorse per uscirne? Per l’esperto ci sono tre possibilità: «La prima è di cambiare gli attori, i banchieri, che sono incapaci o corrotti, ma se non si cambia l’intero sistema non si vedranno veri miglioramenti. La seconda opzione è quella tipicamente neokeynesiana, che chiede di regolamentare il sistema divenuto selvaggio. La terza, invece, mira a un cambiamento dei parametri occidentali e soprattutto della nostra relazione con la natura, passando dallo sfruttamento al suo rispetto e a un uso sostenibile delle risorse. Si tratta di privilegiare ciò che è chiamato in economia “valore dell’uso” cioè quanto è utile a tutto il genere umano e non solo al ritorno per gli azionisti. Questo comporta una nuova filosofia dell’economia e una seria critica del capitalismo». Inoltre, per Houtart, bisogna estendere la democrazia esportandola non solo in politica ma anche in economia, nelle istituzioni, nelle relazioni tra uomo e donna e promuovere il multiculturalismo.

Nella pratica, la via da seguire è la green economy: ne è convinta Saskia Sassen, sociologa ed economista americana, docente di Economia all’Università di Chicago e alla London School of Economy, che vede in questo momento difficile un’opportunità per ripartire: «La crisi è anche politica nel senso che questo è il momento migliore per iniziare a ricostruirci la cittadinanza, i diritti sociali. Ma in questo contesto bisogna essere pragmatici e la green economy è sicuramente un’opportunità irrinunciabile». Nella crisi della sostenibilità ambientale sono fondamentali le politiche concrete, perché creano posti di lavoro e partecipazione fra i comuni cittadini. «Il crack economico-finanziario ha avuto ripercussioni su tutti i livelli: quello individuale, di vicinato, di città e di regione, ed è proprio su questi livelli che la green economy riesce a incidere promuovendo soluzioni all’insegna della sostenibilità ambientale, creando occupazione e coesione sociale. Dobbiamo pensare alla crisi come un’opportunità. Il livello locale gioca un ruolo fondamentale in tutto ciò: i governi nazionali possono anche discutere per anni di interventi che non attueranno mai, quelli locali invece devono agire, attuare le politiche, le riforme. Nelle città e attraverso le relazioni di vicinato si sviluppa un fondamentale livello d’azione – aggiunge Sassen –. L’Italia ha una straordinaria tradizione urbana e di buone pratiche di vicinato, dunque potrebbe diventare apripista in tal senso».

Più scettico rispetto al considerare la crisi come un’opportunità si è detto Massimo Livi Bacci, demografo e senatore della Repubblica: «La crisi aumenterà le disuguaglianze e il numero dei migranti verso il mondo occidentale compresi gli ingressi illegali, poiché l’Occidente ha sostenuto l’internazionalizzazione economica-finanziaria, ma non quella della forza lavoro». E snocciola alcuni dati: variano dai 12 ai 13 milioni di persone quella che vivono, lavorano e hanno casa e figli negli Usa, ma sono irregolari e godono di diritti “dimezzati”, tra 6-8 milioni nelle stesse condizioni in Europa, tra i 5 e i 10 milioni nella Federazione Russa. «Alla resa dei conti la crisi avrà danneggiato molto più i paesi poveri rispetto a quelli ricchi».

Anche Nora Cortinaz, cofondatrice dell’associazione Madres de Plaza de Mayo, vede nell’attuale congiuntura economica un ulteriore aggravamento in termini di violazione dei diritti umani a causa della continua ricerca di ricchezza da parte dell’Occidente: «L’invasione di Afghanistan e Iraq e il conflitto israelo-palesinese sono tutte violazioni dei diritti di questi popoli per appropriarsi della loro ricchezza. A sessant’anni dalla Convenzione internazionale non si rispettano tuttora le norme quando si tratta di appropriarsi di risorse e materie prime. Petrolio, acqua, pietre preziose, piante medicinali, tutti sono ambìti dai paesi ricchi che vogliono prelevarli a discapito di quelli poveri. Tuttora si violano il diritto al lavoro, alla vita, alla salute, all’educazione». La risposta sta nel perseguimento di una democrazia dal basso, che parta proprio dai paesi poveri e che si declini non solo in politica ma anche nell’intera società, in ambito locale a partire dalle famiglie. «L’America latina è un esempio, con i movimenti che si stanno creando per dare una risposta allo sfruttamento dei paesi» spiega Graciela De Marco, dell’Università di San Martin, che invita a non sottovalutare il capitalismo: «È una crisi, non la sua fine: il capitalismo si rigenera rapidamente. Ma è il momento per dimostrare che chi lotta per un’alternativa ha ragione. La lotta deve essere del collettivo sociale, non può essere individuale».

Ma anche dai paesi ricchi può nascere un antidoto alla crisi: considerare il welfare non come una spesa, ma come un investimento, riportando al centro la persona prima di tutto. Lo sostiene l’economia Stefano Zamagni. «Le spese di welfare sono spese di investimento e non di consumi perché se c’è meno ingiustizia e più salute allora di riflesso c’è anche più sviluppo. Questa è una linea alternativa a quella dominante, ma è una linea che sta prendendo sempre più piede a livello internazionale: la crisi è figlia di una concezione sbagliata del nesso tra welfare e sviluppo, che vede appunto il primo come consumo e non come investimento. La crisi attuale è stata l’alleata più potente di chi sposa questa visione alternativa».

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