31/05/2009 - Terra futura - La svolta verde passa anche dagli investimenti dei cittadini 



Firenze, Fortezza da Basso, dal 29 al 31 maggio
TERRA FUTURA 2009
Colin Hines: «La “svolta verde” passa anche per gli investimenti dei cittadini»;
Anna Donati: «Male l’Italia che di fronte alla crisi punta sul nucleare e respinge gli immigrati»


Firenze, 31 maggio 2009 – La svolta verde non deve partire solo dalla politica ma soprattutto dai cittadini, che devono credere e investire per primi nel cambiamento: non è più il tempo di affidare i propri soldi alle banche o al mercato immobiliare, perché è giunta l’ora di contribuire dal basso a un vero “Green New Deal”. È questo il messaggio lanciato questa mattina da Colin Hines, codirettore di “Finance for the Future”, organizzazione che punta a incoraggiare investimenti in titoli di stato emessi dalle autorità locali per ridurre l’uso di combustibili fossili, e fondatore del Green New Deal Group, composto da esperti fiscalisti, di finanza e ambiente, che nel luglio 2008 ha pubblicato il rapporto “A Green New Deal up policies to solve the triple crunch of the credit crisis, climate change and high oil prices”. L’esperto è intervenuto a Terra Futura, la mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale, che si chiude oggi alla Fortezza da Basso di Firenze.

Per Hines il mondo non ha altra scelta: «Non potremo continuare a spendere illimitatamente ancora per molto, perché i costi dell’energia per ogni unità di produzione stanno salendo sempre di più. Ora che siamo arrivati all’esaurimento delle risorse petrolifere e ai costi esorbitanti dell’oro nero l’unica possibilità è di investire nelle energie alternative ed è cruciale che la politica si renda conto che il “Green New Deal” crea in primis possibilità economiche e di impiego». E questo per tre motivi: per ridurre i costi di approvvigionamento energetico, per la preoccupazione sorta intorno ai cambiamenti climatici e soprattutto perché questo è il futuro del mercato occupazionale. Due infatti i settori cruciali che secondo Hines offriranno opportunità lavorative in futuro: quello dei servizi e della consulenza e ancor più quello della ristrutturazione edilizia all’insegna della sostenibilità ambientale a partire da un minore impatto energetico delle strutture.

“La svolta” vera sta nel coinvolgimento sia del denaro pubblico sia dei risparmi dei cittadini: questi ultimi infatti, comprando obbligazioni verdi dalle municipalizzate e dagli enti locali, investiranno i propri soldi finanziando progetti di ristrutturazione ecosostenibile. «Non si può pensare che i cittadini possano ancora voler investire in titoli bancari perché dopo quello che è successo c’è grande preoccupazione verso il futuro e vogliono che i propri soldi siano al sicuro, fondi pensione compresi.

Sulla stessa linea anche Anna Donati, esperta di tutela del territorio e di mobilità sostenibile, secondo cui non è solo la politica che deve credere nella validità delle energie alterative, ma anche e soprattutto la società: «In Italia non siamo ancora pronti per la rivoluzione verde, e lo dico per rendere consapevoli della necessità di un’azione collettiva da parte di ambientalisti, ecologisti, agricoltori e di chiunque voglia fare qualcosa per vivere meglio». La Donati non risparmia i politici italiani: «Questo è un paese che di fronte alla crisi punta sul nucleare, respinge gli immigrati, punta sulle grandi opere che consumano ulteriormente il territorio riducendo lo spazio agricolo. Ci sono certo dei segnali positivi come dimostra Terra Futura, esperimenti di economia dal basso e banche che si pongono problemi etici, ma a livello istituzionale e politico la svolta verso il Green New Deal non c’è ancora stata».

In Europa e in America le cose vanno meglio. Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale e direttore del Dipartimento internazionale di Legambiente, cita l’impegno degli Usa verso l’ambiente, così come quello di Inghilterra, Germania, Spagna e Francia. E torna sull’opportunità occupazionale citata da Hines: «Secondo l’Onu nel 2009 ci saranno 20 milioni di disoccupati in più rispetto al 2008 e 200 milioni di persone nuove sotto la soglia di povertà. In questo contesto si devono prevedere interventi che riportino la giustizia nel mondo e che siano capaci di rimettere in moto un’occupazione pulita, sana e verde. Puntare su risparmio, efficienza e fonti rinnovabili vuol dire creare occupazione in maniera duratura, stabile e sostenibile per l’ambiente e per la società».

Buone pratiche, specie a livello locale, riconosciute anche da Leonardo Becchetti, docente di economia politica all’università di Tor Vergata, che guardando allo scenario mondiale commenta: «È chiaro che avere una sponda americana forte come in questo momento è molto importante dopo gli otto anni di presidenza Bush che hanno segnato una lunga battuta di arresto, anche se comunque le città americane hanno realizzato delle esperienze estremamente significative. Il decentramento politico è fondamentale sotto il profilo ambientale, perché consente la nascita di laboratori e sperimentazioni da diffondere poi a livello nazionale e oltre i confini statali. L’Italia è sicuramente molto indietro per quanto riguarda il solare, che dovrebbe essere fra le nostre prime fonti di approvvigionamento, però ci sono segnali molto interessanti di crescita: sempre più cittadini installano pannelli fotovoltaici e aumentano le pale eoliche. E la regolamentazione in questo senso è fondamentale, perché giusti incentivi smuovono la società civile e le imprese». Guarda speranzoso alla spinta che può arrivare dall’Europa Becchetti, «perché la consapevolezza dell’importanza dei beni ambientali appartiene molto più ai paesi del Nord che all’Italia, dove in questo momento non vedo né le forze di opposizione, né di maggioranza, particolarmente consapevoli dei problemi ambientali».

Europa attore fondamentale del “Green New Deal” quindi, lo ha ricordato anche l’europarlamentare Guido Sacconi: «Se il protocollo di Kyoto è vivo e in funzione è grazie all’Europa, se i negoziati internazionali per il nuovo trattato post Kyoto hanno buone prospettive di conclusione certo dipende dal fatto che esiste ora un’importante sponda interlocutrice oltre oceano, ma anche e soprattutto dallo storico ruolo di battistrada giocato dall’Europa. Un cammino che negli ultimi due anni ha visto un importante rilancio, sino appunto alla svolta politica avvenuta con la presidenza Obama, ma anche dovuta al fatto che l’Europa ha deciso unilateralmente di avvallare parte degli impegni post Kyoto. Alla base del mutamento delle leadership politiche mondiali, sta l’aver capito che costerebbe di più riparare i danni che intervenire preventivamente, e che le nuove tecnologie costituiscono la futura frontiera economica su cui si gioca la competizione globale. Occorre ora permettere ai paesi più poveri di avere un autonomo sviluppo, naturalmente senza seguire i modelli occidentali: in tal senso l’Italia e l’Europa hanno responsabilità specifiche verso l’Africa che deve adottare modelli energetici diversi, come il solare decentrato».

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