Politica e società dei beni comuni in
Toscana

"Oggi l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani e dalla relazione di ciascuna persona con sé stessa, che genera un determinato modo di relazionarsi con gli altri e con l’ambiente …" Papa Francesco

 

Queste tesi congressuali si collocano precisamente al termine di un ciclo politico e all’esordio della nuova programmazione comunitaria 2014/2020. Un momento, quindi, particolarmente stimolante per riflettere: sul contesto, su noi stessi, sugli scenari futuri. Un periodo peraltro, quello sotto esame, segnato dalla recessione più grave che il nostro Paese ricordi nella sua pur giovane storia. La Toscana, nonostante qualche timido segnale in controtendenza, purtroppo, non ha fatto eccezione. E, a partire soprattutto dal 2011, è stata pienamente investita dalla

Una crisi che sta permeando la società, ancor più di quanto non dicano le sole evidenze della statistica. Che sono, in ogni caso, eloquenti. Nel 2014 il 19% delle famiglie toscane (contro il 7% del 2004, fonti: ISTAT e IRPET, cfr.) dichiara, infatti, di subire gli effetti di almeno tre delle nove deprivazioni caratteristiche della povertà (incapacità di sostenere spese impreviste, morosità nei pagamenti delle utenze, impossibilità di andare in vacanza, malnutrizione, assenza di comfort abitativo, etc.). Una vera emergenza sociale, aggravata dalla disoccupazione giovanile, che in Toscana si attesta ormai stabilmente al 22% (a fronte della media nazionale del 29%). Ma ancora più impressionate è il dato di quei ragazzi (i cosiddetti NEET) che non studiano, non lavorano, né cercano tirocini o stage professionali: il 18% in Toscana, contro il 24% della media italiana. In buona sostanza, da noi, nella fascia tra i 14 e i 25 anni, non lavorano quattro giovani su dieci. Né ha migliorato le cose l’austerità, impostaci dall’Unione Europea. Anzi: con essa le disuguaglianze sono cresciute. Solo per dare un’idea, dal 2011 al 2014, il tetto del Patto di Stabilità per la Toscana è passato da 1,7 miliardi a 1,4 miliardi di €, con una riduzione di 315 milioni di € sul bilancio, pari al 18% del totale. In questa congiuntura e coi limiti di sovranità intrinseci all’istituzione regionale, la Giunta si è trovata a gestire una fase che è onesto definire emergenziale. Così, la priorità è andata, com’era prevedibile, agli investimenti ritenuti anche dal senso comune obbligatori: nella sanità, nell’istruzione di base, nel trasporto pubblico locale.

E tuttavia, è proprio nella diagnosi della realtà locale e, soprattutto, nelle proposte per “aggredire” la crisi, che anche in Toscana si rilevano molte incongruenze e forzature. A nostro avviso, tutte imputabili ad una visione del contesto ripiegata asfitticamente sul mantra della crescita, e quindi del tutto incapace di capire le vere ragioni della crisi e, men che meno, di offrire soluzioni ragionevoli per uscirne. Ha ragione Ulrich Beck quando evidenzia la necessità di riabilitare il realismo di chi fino a ieri era considerato un ingenuo, ma quanto meno impegnato ad evitare la catastrofe incombente, con una generosità assai più pragmatica di tante sofisticate alchimie finanziarie.

Come accettare, infatti, l’enfasi con cui si perora il completamento dell’autostrada tirrenica e la rapida realizzazione del nuovo aeroporto fiorentino? In altri termini: a quale fantomatico deficit infrastrutturale si fa riferimento? Perché se è vero, com’è vero, che c’è una grande area della Toscana (la Maremma grossetana) sganciata dai principali flussi trasportistici nazionali, atteso il completamento ormai prossimo della Due Mari, allora perché non concentrare le risorse sull’adeguamento e la messa in sicurezza dell’Aurelia? Perché non puntare sulla rete ferroviaria regionale, sui sistemi tranviari e sulla mobilità dolce, come pure si sta facendo ancora in modo embrionale in Toscana? Inoltre, a chi giova, ignorare in modo così plateale le sinergie di un possibile sistema aeroportuale integrato Pisa/Firenze/Bologna? E a chi giova, soprattutto, perseverare oggi nella logica delle grandi opere, che sta prosciugando le casse dell’erario attirando fatalmente altra corruzione e altro malaffare? L’inchiesta sul sottoattraversamento TAV di Firenze insegna, purtroppo, dopo il disastro ambientale annunciato, inferto già al Mugello. Tutto ciò  risulta, a nostro avviso, tanto intollerabile quanto incomprensibile.

Nella gestione dei rifiuti, ancora, la Toscana pare inspiegabilmente seduta sugli allori degli anni Novanta, quando era all’avanguardia nel Paese. Concentrata sulla pianificazione degli impianti di smaltimento, che trovano non a caso fortissime resistenze nella realizzazione, si rivela ancora troppa timida in tema di riduzione e promozione di nuovi stili di vita e di consumo, come l’urgenza della situazione, invece, a nostro avviso imporrebbe. Da questo punto di vista estendere l’esperienza dei più avanzati sistemi di raccolta differenziata, serve eccome. Ma non basta. In questa fase, occorre anche raccogliere la sfida, che è essenzialmente gestionale e quindi tecnologica, lanciata dalla razionalizzazione in tre soli ATO del suo territorio. Tutti obiettivi che reclamano certo più coraggio nei decisori politici ma, soprattutto, più chiarezza e lungimiranza nelle scelte del nostro management industriale, se si vogliono favorire efficacemente le filiere del riuso e riciclo della materia, come a noi pare auspicabile. Da questo punto di vista, emblematico è il caso della Val di Cornia, ove il ritardo nel riuso delle scorie siderurgiche nel settore delle infrastrutture stradali provoca il perpetuarsi di un prelievo estrattivo di inerti assolutamente insostenibile.

In altri termini, non crediamo che si possa offrire una qualche speranza di rinascita ai territori toscani, acuendo ulteriormente la pressione sugli ecosistemi locali. Una proposta credibile di sviluppo dovrebbe declinarsi, al contrario, con la promozione di un’economia verde e della conoscenza, ovvero dell’economia circolare. Certo, non trascurando quel che di buono si è fatto qui, nei decenni passati, sul welfare. Ma innovando profondamente e senza indugio il nostro modo di produrre, il nostro modo di abitare, di coltivare, di muoversi. Regalando, in altri termini, “altro” valore aggiunto (ecologico e quindi etico) alle tante produzioni toscane e, con la collaborazione feconda e proattiva dei nostri cinque poli della ricerca (le Università di Firenze, Pisa e Siena, la Scuola Normale e la Scuola Superiore Sant’Anna), aprendo nuove frontiere nei campi della chimica verde, della meccanica, dell’elettronica, della robotica, della manifattura intelligente, della Smart City. Inaugurando, infine, l’era dell’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili. Un modello di generazione capillare e distribuito sui territori, capace di rendere protagonisti i cittadini, i condomini, le aziende, i distretti industriali, le amministrazioni locali. Sappiamo bene che non sarà facile, ma sappiamo pure che non abbiamo scelta. E, a dirla proprio tutta, neanche molto altro tempo.

La crisi climatica in atto, gravissima e capace di rendere sempre più frequenti anche in Toscana, eventi estremi, quali frane, alluvioni e uragani, è l’altra faccia della medaglia della crisi socio/economica. E’ bene, infatti, comprendere che non si tratta di fenomeni disgiunti, bensì di processi indissolubilmente interrelati fra loro. E’ un intero modello di sviluppo che, infatti, è andato in tilt, a livello planetario. Ed è esattamente quel modello, incardinato al concetto di crescita lineare illimitata, che ha generato la catastrofe nella quale siamo precipitati ormai da un decennio. Quel che è successo, tuttavia, non era e non è ineluttabile. E se è solo a livello globale che si possono articolare misure di mitigazione davvero efficaci allo scopo, è alla scala regionale che si possono, invece, varare delle buone politiche di adattamento. Entro questo scenario, ci sembra molto utile citare di seguito le azioni regionali più importanti dell’ultimo lustro

Partiamo dal settore primario. L’agricoltura non svolge, infatti, solo un ruolo produttivo fondamentale per l’alimentazione e il benessere dei cittadini toscani. Continua anche ad essere il principale deterrente contro il consumo di suolo, il dissesto, l’abbandono e il degrado funzionale delle terre. Può diventare il principale alleato contro i cambiamenti climatici, grazie alle potenzialità di sequestro di carbonio nel suolo e di produzione di materie prime rinnovabili. Ma per questo occorre una nuova agricoltura basata su pratiche ecologiche e sull’innovazione. Un’agricoltura motrice di bioeconomia, ossia di un’economia basata su risorse rinnovabili e, in genere, biodegradabili. Da questo status si è partiti per favorire decisamente un fenomeno epocale, che possiamo già tentare di definire come un ritorno alla terra. Due i provvedimenti che ravvisiamo come originali e coerenti a questo disegno: (1) la Banca della Terra, che ha messo a disposizione tramite bando superfici agricole abbandonate e di proprietà pubblica a giovani imprenditori in grado di scommettere sulla diversificazione del proprio reddito in ambito rurale (agrosilvopastorale, turistico, energetico); (2) il Pacchetto Giovani, che consente al neo/coltivatore (con un sostegno economico iniziale fino a 40.000 €) di avviare le sue attività d’impresa e di accedere a più misure del PSR (nell’ambito dei fondi FEASR 14/20).

Se i due assi strategici della stessa programmazione comunitaria del prossimo settennato saranno: (a) la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio e (b) il contrasto ai cambiamenti climatici (con opportune azioni di adattamento, mitigazione e prevenzione), allora l’enfasi con la quale le politiche regionali declamano la diffusione della green economy appare giustificata e comprensibile. E sfida semmai decisori, legislatori e osservatori di domani ad una più stringente coerenza degli atti di governo locale. La scommessa della sostenibilità, infatti, si vince soprattutto in campo industriale e manifatturiero. A Piombino, a Firenze, a Prato, ad Arezzo, come a Santa Croce sull’Arno. Per questo, non possiamo accontentarci di scelte adottate sull’onda emozionale dell’emergenza. La Legge 21/2012 (Sul rischio idraulico e la tutela dei corsi d’acqua), varata all’indomani della disastrosa alluvione in Lunigiana dell’ottobre 2011, che pure vieta meritoriamente di costruire nelle aree ad alta pericolosità idraulica, incontra oggi, forse proprio per il suo carattere “eccezionale”, difficoltà applicative rilevanti. A nostro avviso più meditato, più profondo e incisivo è stato, invece, il riordino legislativo sui parchi e la biodiversità, visto che specialisti, operatori economici e territori l’attendevano ormai da due legislature (LR 30/2015, Norme per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturalistico e ambientale della regione).

Ma se c’è un campo nel quale la Toscana ha raggiunto livelli di assoluta eccellenza, questo è certamente l’ambito della pianificazione del territorio e della tutela del paesaggio. Al settore afferiscono, infatti, i due atti di governo senz’altro più importanti della legislatura regionale 2010/’15: la LR 65/2014 - Norme per il governo del territorio e il nuovo Piano Paesaggistico co/pianificato col MiBACT. La prima, preceduta da un vasto dibattito disciplinare e giuridico a scala nazionale, ha finalmente riconosciuto al suolo rurale il valore sostantivo di bene comune. E, con le originali definizioni di “patrimonio territoriale” e “perimetro del territorio urbanizzato”, ha sfidato in campo aperto quel consumo di suolo che ha segnato negativamente gli ultimi decenni di sbornia immobiliare. Il secondo, il PIT con valenza paesaggistica, pur con esiti contraddittori e in taluni casi dolorosi, come nella vexata quaestio del comparto marmifero apuano, incassa comunque un risultato di portata storica, a trent’anni dalla Legge Galasso: quello di approvare un Piano del Paesaggio integralmente redatto ai sensi del vigente Codice dei Beni Culturali. Un risultato importante, ottenuto grazie anche a una formidabile e unitaria mobilitazione del mondo ambientalista, da cui sarà bene ora non arretrare di un millimetro. Per questo, auspichiamo che la nuova legislatura regionale si caratterizzi per una coerente e fedele messa in opera del Piano, su ciascuno di quei venti Ambiti Paesaggistici coi quali è stato riletto olisticamente il territorio della Toscana. Conquista dell’obiettivo che, nella congiuntura politica attuale, non daremmo affatto per scontata.

Ma insomma: la Toscana dove sta andando? Capire con un certo margine temporale i lineamenti essenziali della prospettiva Toscana 2030, ci potrebbe forse aiutare ad agire in modo intelligente il presente. Le analisi e le proiezioni statistiche che ci consegna IRPET sono, da questo punto di vista, assai interessanti anche per il nostro approccio ecologista e fanno emergere tre dati tendenziali che, se combinati tra loro, danno a nostro avviso un senso assai chiaro al ventaglio dei futuri possibili. Questi sono:

    • L’età media molto avanzata della popolazione residente in Toscana (46,3 anni – terza per anzianità, solo dopo la Liguria e il Friuli Venezia Giulia – e contro una media nazionale che si attesta sui 44 anni), solo appena mitigata dalla freschezza generazionale dei più recenti flussi migratori in
    • La qualità e l’intensità dei flussi turistici, che ci dicono: (a) che mentre nel periodo 2008-2012 il gradiente di crescita nazionale è stato praticamente nullo, in Toscana esso si è attestato sul +3,5% (con una ripartizione dei flussi che è riferibile per il 53% a quello estero e per il 47% a quello interno); (b) che sulle specializzazioni del comparto ricettivo, la Toscana è ai vertici nazionali sia nel ricco capitolo delle città d’arte che in quello agrituristico, ove addirittura rappresenta da sola oltre un terzo ( il 33,5%! ) dell’intero mercato

 

Il Made in Tuscany ( moda, orafo, vitivinicolo, cartario ) rappresenta da solo oltre il 47% del PIL toscano nel 2014, mentre rappresentava solo il 40% nel 2008; inoltre, mentre tutti gli altri settori hanno sofferto di consistenti perdite nella fase recessiva, i quattro settori trainanti della nostra economia regionale manifestano oggi segni di formidabile vitalità, incassando veri e propri record, soprattutto sul versante delle esportazioni internazionali. Condizione che, peraltro, ha determinato e favorito anche un’ottima ripresa degli investimenti dall’estero.

Quello che si delinea e si rafforza rispetto a quanto già tratteggiammo nella discussione congressuale del 2011, è lo scenario di una regione destinata e già ampiamente dedita alla funzione di buen retiro per anziani americani e nordeuropei (inglesi, tedeschi, russi, scandinavi). Con un’attività manifatturiera, vincente e di nicchia, sempre più concentrata però sull’esportazione di generi di lusso e sempre meno impegnata a redistribuire ricchezza nell’ambito della società toscana. E d’altronde, se inseriamo queste dinamiche nella cornice globale e nel quadro di grave crisi geopolitica e umanitaria che sta vivendo l’area euromediterranea, atteso che la Toscana è da sempre una regione crocevia, al centro di mille rotte e mille traffici, la miscela di problemi e criticità che si stanno affastellando caoticamente sui suoi già fragili territori, potrebbe diventare persino esplosiva. Paura, indifferenza, individualismo, xenofobia, rigetto emotivo di quel senso di accoglienza che è stato un tratto saliente e distintivo dell’essere toscani: ecco i rischi di natura antropologica che vediamo all’orizzonte. Uno scenario, o, per meglio dire, una minaccia, che si avverte soprattutto nelle aree interne e rurali, dove è più severa la prova che stanno subendo le comunità insediate. Decenni, per non dire secoli, di fiera e solidale tradizione civica, che per la prima volta nella storia sono messi in discussione dai rigori di una condizione socio/economica senza precedenti. Non c’interessa approfondire, in questa sede, se si tratta di condizione reale o, piuttosto, della percezione che di quella condizione si ha, una volta imbevuti dalla macchina della paura. Una sorta di micidiale cortocircuito, cui contribuiscono mass/media, partiti e movimenti e che non fa che alimentare ansie, timori e pulsioni ancestrali presenti in ognuno di noi. Quello che ci interessa domandarci qui è, piuttosto: che facciamo? E, soprattutto: che facciamo, in quanto ambientalisti nella situazione data?

Credendo fermamente nella forza della ragione, del pensiero critico e dell’empatia verso la biosfera, innanzitutto non dobbiamo mai stancarci di studiare i fenomeni. Né dobbiamo lesinare cuore e intelligenza nella volontà d’interpretarli, per poi restituirli. Con rigore morale, toni sobri e amore per la verità. Mettendosi umilmente in ascolto dei territori, raccogliendo l’aspirazione verso una migliore qualità della vita, che emerge vigorosa anche da tante comunità toscane. Una qualità della vita della quale l’istanza ecologista è percepita ormai universalmente come componente essenziale. Un fatto quest’ultimo, confermato in modo quanto mai autorevole ed eccezionale, dall’enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune, che ci sfida ad essere, se  possibile, ancora più incisivi, efficaci e intransigenti nella nostra azione associativa.

Legambiente Toscana nell’era del cambiamento.

Noi siamo rimasti in duemila in fabbrica e ti assicuro che ai nostri mostri, come li chiami tu, ci siamo affezionati. A noi Piombino piace così. Meglio brutta che senza faccia …(Renzo, bagnino fochista, 2003)

Forse speravamo che la crisi ci sfiorasse. Che fosse e rimanesse un affare del tutto esterno alla nostra organizzazione. Con il nostro imperturbabile ottimismo della volontà, abbiamo continuato così a perpetuare vecchie e rassicuranti modalità associative. Quasi per esorcizzare la paura di esser spazzati via. Poi abbiamo preso finalmente atto della realtà. Da questa crisi, anche noi non usciremo né uguali né, tanto meno, simili a quelli che eravamo prima. La nostra stessa identità, per fortuna sufficientemente leggera e duttile da assorbire un colpo pesante come questo, è in discussione. In movimento, potremmo dire, com’è in rapido movimento quella società orizzontale di cui vogliamo essere interpreti. Nel postulare l’abbattimento delle vecchie gerarchie di tipo verticistico (nazionale, regionale, quindi i circoli) e nel proporre lo schema alternativo del triangolo, ove le tre articolazioni classiche di Legambiente possano interagire tra loro in modo più snello e aderente ad un discorso pubblico caratterizzato ormai dal tempo reale, abbiamo già offerto una prima parziale risposta ai problemi che la contemporaneità ci pone.

Ma non basta. Dobbiamo prendere atto anche di un altro problema. Che non è organizzativo, bensì compiutamente politico per un’organizzazione come la nostra. Ed è, perdurando l’attuale congiuntura economica, l’oggettiva debolezza dell’articolazione intermedia dell’associazione. Se il profilo distintivo che abbiamo adottato per connotare la nostra azione è, infatti, quello della territorialità, allora l’anello debole del triangolo è proprio quello degli snodi regionali. Non abbastanza vicini ai luoghi in cui accadono le cose (come lo sono invece i Circoli), né più tanto strutturati da sostanziare e rispondere in tempo reale alle funzioni di coordinamento generale, come la situazione peraltro imporrebbe. In Toscana, questo stato di cose è certamente attutito da una straordinaria coesione interna, tra dirigenti locali, regionali e nazionali, ma l’incombente e sempre più drammatica diminuzione delle risorse mortifica anche le migliori intenzioni.

Ciò nondimeno, dobbiamo reagire rapidamente. Cambiando pelle, ma senza snaturare la nostra identità associativa. Alleggerendoci ancora un po’ e concentrandoci sulle funzioni essenziali che non possono non essere svolte da una direzione regionale. L’interlocuzione politica, ad esempio, verticale e orizzontale: con le istituzioni, con le imprese, coi sindacati, coi centri di ricerca e le Università, infine con le altre associazioni, coi comitati, coi cittadini non organizzati. La gestione delle campagne, intesa qui come capacità di declinare le strategie generali di Legambiente alle urgenze più specifiche dei luoghi. La progettazione, invece, pure vitale per l’associazione, potrebbe essere proficuamente svolta avvalendosi anche delle competenze (tecniche e politiche) di tanti ottimi dirigenti dei Circoli, postulando così un nuovo e più solidale schema reticolare, che sappia connettere meglio le “periferie” ai centri direzionali (regionale e nazionale).

La straordinaria originalità della nostra associazione, tuttavia, e la Toscana non fa certo eccezione, si materializza plasticamente nella sua capillare presenza sui territori. Con la sua articolazione di base: i Circoli. In un certo senso, le porte d’ingresso principali verso Legambiente e anche il nostro essenziale punto di forza. Poiché non vogliamo  dare nessuno status per acquisito, la prima domanda che dobbiamo porci è: perché una persona, donna o uomo che sia, dovrebbe provare il desiderio di partecipare a un impegno volontario come quello che noi proponiamo? E perché dovrebbe provare quel desiderio proprio oggi che le ideologie sono morte, che la crisi induce sempre più spesso atteggiamenti sterili ed individualistici, e ora che nella stessa Toscana sembra incrinarsi quel patto sociale che aveva retto così bene per decenni? Perché, dicevamo, una persona dovrebbe voler partecipare alla costruzione di Legambiente?

I Circoli incrociano spesso cittadini che considerano l’associazione alla stregua di un ente erogatore di servizi: informazioni, denunce, organizzazione di proteste, consulenze legali. Come altrettanto frequente è imbattersi in persone che si rivolgono a Legambiente, ma non sono poi disponibili ad attivarsi in prima persona. Intendiamoci: sicuramente i Circoli offrono anche un servizio, cercando di cogliere l’occasione della “chiamata” per affermare valori e obiettivi dell’associazione, ma sullo sfondo resta la necessità di coinvolgere chi, contattandoci, ha dimostrato una qualche sensibilità ambientale o civica. E di coinvolgere tutti gli altri. Perché se Lapo o Beatrice si avvicinano a Legambiente, questa deve in qualche modo corrispondere, anche solo parzialmente, ai loro bisogni. Un mondo migliore? Una qualità della vita più dignitosa? Un quartiere della città semplicemente più pulito, decoroso o inclusivo? Questa possibilità forse è solo intuita, come forse è intuita anche l’inadeguatezza dell’attuale classe dirigente del Paese. Legambiente, allora, può essere un luogo dove si offre la possibilità concreta di costruire un nuovo progetto di società. E dove questa aspirazione al cambiamento trova delle gambe giuste per rappresentarsi davanti ai sistemi di potere costituiti, con una qualche speranza di successo. Comunicare che questa piacevole possibilità esiste in una comunità di donne e uomini come Legambiente, non è affatto facile ma senz’altro motivante per ogni dirigente di Circolo. Certo, si può fallire per scarsa capacità comunicativa o, peggio, perché la dinamica della storia va nella direzione opposta a quella da noi sperata. Ma se vogliamo essere rappresentativi, se otteniamo un giorno la partecipazione, allora dobbiamo esser capaci di mantenerla. Se Lapo o Beatrice vengono nella nostra sede o al nostro presidio in piazza, dobbiamo riuscire a farli tornare. Dobbiamo, perché è come se avessimo promesso loro che sono arrivati al posto giusto nel momento giusto. Il primo obiettivo sarà raggiunto quando non diranno più “voi”, bensì “noi”. Poi, col tempo, pazientemente, si costruisce il legame durevole del progetto comune. Lapo e Beatrice “restano” se vedono nel Circolo un luogo dove sono riconosciute come preziose le proprie competenze e sensibilità, un luogo dove s’impara il coraggio di scegliere per raggiungere obiettivi sempre più alti, dove il progetto comune non è un dato acquisito ma un obiettivo da costruirsi ogni giorno, insieme. Un luogo, infine, dove si può star bene quando una vertenza va bene, ma, tutto sommato, anche quando va male.

Ma se è vero tutto ciò che abbiamo detto, non c’è dubbio che sono proprio i nostri avversari e i nostri nemici, a definirci meglio. “Dimmi contro chi ti batti e ti dirò chi sei” – potremmo dire, parafrasando un vecchio adagio. E il paradosso dell’attuale situazione storica è che i nostri due avversari più forti sono le due facce (apparentemente antitetiche) della stessa medaglia: l’immobilismo e la religione del fare. L’uno inteso come atteggiamento volto alla conservazione ostinata e ideologica dell’esistente (in termini politici e comportamentali, ma anche in campo ambientale). L’altra da intendersi, invece, come promozione acritica di qualsiasi pulsione alla crescita, sulla scia del più retrivo liberismo occidentale. La Toscana, e il suo capoluogo regionale in particolare, sembrano vivere questa strana, originale e per certi versi rischiosa dicotomia, nella qualità di palcoscenici d’eccezione. Quasi fossero l’epicentro di un fenomeno nuovo, di cui non si è ancora compresa compiutamente la portata. Si ha quasi l’impressione che il primo fatto abbia generato l’altro. L’immobilismo, la palude, le rigide gerarchie di apparato, l’opacità di certe gestioni, la mancanza di coraggio nel prendere decisioni impopolari, ecco, questo è il detonatore che ha innescato nel “sistema” l’istinto alla rottamazione. Una sorta di ribellione interna, autentica e generazionale, che si è ammantata di efficienza vera, e che promette oggi, coi suoi provvedimenti annunciati in tempo reale sui social network, di trasformare la forza del fare in una religione. L’esempio di questa filosofia lo abbiamo riscontrato nel Decreto Sblocca Italia, che in Toscana si declina per lo più nelle tre grandi opere già citate: il nuovo aeroporto della Piana, il sottoattraversamento TAV di Firenze e la nuova Autostrada Tirrenica. Opere faraoniche, che rispondono a logiche politiche, economiche e territoriali di una realtà che, impietosamente e semplicemente, non c’è più. Anche in

Come si risponde a tutto ciò? Crediamo, pretendendo dalla nuova classe dirigente, innanzitutto sobrietà. Nei gesti, nelle enunciazioni e negli atti. Quel senso della misura così toscano, che, solo, può entrare in sintonia con le enormi aspettative di comunità sempre più sfibrate dalla crisi. Siamo convinti, in altri termini, che si può pure (anzi: si dovrebbe!) restituire speranza alle persone, a patto che non si indulga mai nell’arma terribile dell’illusione. Ci sono tante buone cose da fare, anche per noi ambientalisti: riqualificare le nostre città, ad esempio. Attrezzandole alla convivenza col rischio climatico e sismico. Dotandole di infrastrutture (materiali e immateriali) all’altezza delle sfide del XXI secolo (fibra ottica, banda ultralarga, reti intermodali su ferro, mobilità dolce, efficienza energetica estesa alla scala di quartiere). Recuperandone le tante periferie, oggi offese dal degrado e dall’emarginazione. Ancora: promuovere il ripopolamento delle aree interne e delle nostre montagne, che avrebbe senso da tutti i punti di vista. Sul piano sociale perché darebbe nuova linfa a territori oggi desolati e depressi. Sul piano ambientale, perché ricostruirebbe quel presidio agrosilvoforestale che può contribuire a prevenire il collasso dei bacini idrografici. Infine, sul piano economico, creando le condizioni per una gestione più diluita e quindi più responsabile dei flussi turistici, oggi troppo concentrati nel tempo (nei periodi di cosiddetta alta stagione) e nello spazio (sulla costa e, soprattutto, nelle città d’arte).

Non grandi opere, dunque. Bensì, tante buone cose da fare, insieme alle comunità insediate sui territori della nostra regione. Azioni capillari, per lo più minute, che si avvarrebbero ciò nondimeno di un fortissimo concorso partecipativo dei cittadini. E che avrebbero il merito di stimolare e promuovere nuove, buone economie di  prossimità. Tanto da suscitare in noi una domanda cruciale: perché non concentrarsi su queste?

Ma nell'attuale situazione, in Toscana, e siamo davvero attenti nel modulare la gravità delle parole, non abbiamo più solo e soltanto avversari da affrontare civilmente, sul piano della dialettica politica. Abbiamo anche un nemico. Nuovo per vastità e intensità del fenomeno, subdolo e, per questo, pericolosissimo: l’ecomafia. Oggi chi ha grandissime disponibilità finanziarie, e le organizzazioni criminali sono tra le poche ad averne, può infiltrarsi facilmente nell'economia reale finendo col condizionare il discorso pubblico e la qualità delle relazioni sociali. Le mafie, da questo punto di vista, stanno giocando un ruolo rilevante nell'inquinamento dei grandi appalti pubblici. La corruzione, quell'ampia e opaca area grigia nelle cui pieghe si nascondono magari funzionari dello Stato infedeli, mediatori e broker spregiudicati, che s’insinuano nelle più banali transazioni immobiliari, sono tutti fenomeni che, anche in Toscana, stanno diventando tanto diffusi quanto inquietanti. Non è un caso se, da ormai un lustro, siamo stabilmente ai primi posti della classifica nazionale nel nostro Rapporto Ecomafia, per numero di infrazioni accertate e per numero di procedimenti giudiziari in corso. Solo dopo la Campania, la Calabria, la Sicilia, la Puglia, il Lazio e, dal 2014, la Sardegna. Ammesso e non concesso che lo siano mai state, le mafie non sono lontane. Sono ormai qui, tra noi: a Montecatini Terme, al Forte dei Marmi, a Massa, a Pistoia, a Firenze, ad Arezzo, nel Senese. Traffico illegale di rifiuti pericolosi, riciclaggio di denaro sporco nel ciclo del cemento e della ristorazione, commercio illegale  di fauna selvatica, contraffazione e adulterazione di prodotti alimentari tipici, incendi dolosi, furto e traffico organizzato di beni culturali mobili. Insomma, un vastissimo campionario di infrazioni che, con l’entrata in vigore della Legge sugli ecoreati (la L. 68/2015), promette quanto meno di non esser più sanzionato con una semplice contravvenzione amministrativa.

Se vogliamo uscire dalla crisi puntando sui nostri principali e inestimabili giacimenti di risorse, che sono ambientali, naturali e culturali insieme, e che a noi di Legambiente piace definire nel loro insieme con il sostantivo bellezza, non possiamo permetterci timidezze o cedimenti su questo fronte. La mafia, la corruzione, le aree grigie sono i nostri nemici e come tali vanno combattute. Senza reticenze e senza paure.

Per questo, negli ultimi anni, abbiamo cioè rafforzato come non mai, il legame col percorso associativo straordinario e per certi versi irripetibile di Libera. Un’associazione di associazioni, di nomi e di numeri, di persone, di donne e ragazzi, tutti indissolubilmente impegnati contro le mafie. Un’alleanza spontanea, sin dalla sua fondazione, avvenuta esattamente venti anni fa. Quando abbiamo contribuito, insieme alle forze più sane del nostro Paese, a farla nascere. Un laboratorio di culture, di esperienze, di traiettorie umane, di sensibilità, che sono diventate irresistibili e vincenti proprio in virtù dell’amore per le differenze. Differenze che non ci hanno mai spaventato e non ci spaventano, ma che hanno avuto anzi il potere di arricchirci tutti. Per questo, per noi di Legambiente, sempre di più, l’impegno contro le mafie e contro chi vuole rubarci il futuro, diventerà la precondizione sulla quale impostare, organizzare e quindi svolgere la mobilitazione sociale ed ecologista a difesa dei beni comuni. Per questo, con Libera e Unioncamere Toscana, di concerto con le Prefetture e tutti i corpi di polizia, Corpo Forestale in testa, abbiamo deciso d’istituire un Osservatorio regionale sulla legalità in campo ambientale. Ovviamente non basta un osservatorio per cambiare la realtà che ci circonda. Ma è un primo segnale, che viene dalla parte migliore della società e va nella direzione giusta della storia. Insomma, un impegno forte e coerente contro chi minaccia la nostra bellezza: contro l’omertà, contro la rassegnazione e contro la paura.

Siamo, inoltre, una componente importante del Terzo Settore toscano. Un forum di terzo livello questo, ove convergono le organizzazioni di volontariato puro, l’associazionismo di promozione sociale e il vasto mondo cooperativo. Un luogo privilegiato in cui discutere di quella sussidiarietà che è sempre stata evocata come cifra dell’impegno civico in Toscana, ma che stenta a trovare i riconoscimenti giuridici che invece meriterebbe. Per questo, siamo fortemente concentrati ad accompagnare l’iter della Legge Delega sul Terzo Settore, attualmente in discussione in Parlamento. Con contributi e spunti originali, che nascono proprio dalla storia e dalle peculiarità dell’esperienza toscana. Per questo, desideriamo ribadire la centralità dell’autonomia  dell’associazionismo, in vista di una più puntuale e articolata disamina tanto dei suoi punti di eccellenza quanto delle sue criticità. Non vorremmo, infatti, con l’intento di produrre un testo unico su tutto ciò che si presenta come no profit, che si scambiasse l’esigenza sacrosanta di rendere sempre più trasparenti le attività dell’impresa sociale, con un ulteriore aggravio burocratico/fiscale per l’associazionismo più minuto. La cifra del nostro impegno deve continuare ad essere la promozione di quella partecipazione, che ancora troppo spesso, in talune realtà amministrative locali, appare come un’istanza negata. Proprio per questo, vorremmo partire da quelle realtà meno strutturate, sui nostri territori, che della mutualità solidale, dell’impegno volontario e della gratuità più schietta, fanno i pilastri portanti della propria azione associativa.

Vi è, infine, un altro campo d’interlocuzione, che non dobbiamo mai trascurare. Ed è quello dei protagonisti del riscatto civile, con cui dialoghiamo spesso con le nostre campagne, o con cui entriamo in contatto con progetti o vertenze locali. Insegnanti motivati e sensibili, amministratori locali lungimiranti, imprenditori che sulla mitigazione degli effetti della crisi climatica hanno basato la propria sfida industriale, i GAS, i tanti giovani agricoltori che stanno tornando con fiducia a coltivare la terra. Insomma, quella Piccola Grande Italia, intesa qui nella sua accezione più vasta, che anche in Toscana potrebbe svolgere un ruolo credibile di ambasciatrice di un futuro sostenibile. Una bella moltitudine di esperienze e storie di cittadinanza attiva, che indurrebbe forse a ripensare certe analisi pessimiste sul destino dei corpi intermedi in Italia. Visti, infine, i nostri ottimi rapporti col Sindacato, con cui condividiamo tante battaglie e tante piattaforme più puntuali, c’è davvero tanta materia su cui e verso cui mobilitarsi. Anche perché, è dalle buone pratiche nate, sperimentate e condivise sui nostri territori che potranno “gemmare” ancora altre alleanze: più vaste, più credibili, più solide.

Comunità e territori
verso Italia 2020

Questi racconti e queste esperienze ci dimostrano che uscire dalla crisi costruendo bellezza è possibile. Il futuro abita qui ed è già iniziato.

“L’ecologia ci chiede di passare dal motto olimpico citius, altius, fortius, metafora del modello competitivo che governa da secoli la nostra vita, all’opposto lentius, profundius, suavius, su cui fondare un progetto di riconversione globale della società …” (Alex Langer, 1994)

Grotte di Equi Terme

Grotte di Equi Terme, Comune di Fivizzano, Parco Regionale delle Alpi Apuane. E’ qui che il nostro Circolo della Lunigiana, col suo CEA che opera dal 1997 per la promozione delle risorse naturali e culturali del territorio, gestisce e valorizza uno dei complessi carsici e paleontologici più importanti del nostro Paese. Offrendo un ricchissimo menu di proposte didattiche e percorsi geo/naturalistici. Le Grotte di Equi costituiscono, infatti, un esteso complesso carsico ipogeo, modellato nei millenni dall’erosione dell’acqua, che ha formato cavità, cunicoli, sale e laghi sotterranei, di grande suggestione e rilevante interesse scientifico. Il percorso, attrezzato per la visita, inizia in una zona fossile detta “la Buca”, già nota nel Settecento, e prosegue in una cavità ancora attiva, detta “le Grotte”. Appena all’esterno, si possono poi ammirare endemismi botanici ed emergenze geologiche particolarissime, come le sorgenti della Buca e della Barrila, oltre alle marmitte dei giganti, singolari formazioni rocciose verticali, create dall’erosione combinata di acqua e vento. Ancora più a est, si trova il Solco di Equi, un canyon profondissimo e spettacolare, formato dall’erosione del torrente Catenelle e sormontato dal circo glaciale di Pizzo d’Uccello, uno dei geo/siti più importanti del mondo. Il Circolo, da parte sua, ha saputo interpretare al meglio le potenzialità turistiche di questo luogo straordinario, facendolo diventare il cuore della propria attività educativa e dimostrando, al contempo, che uno sviluppo locale affrancato dalla monocoltura estrattiva del marmo non solo è possibile bensì necessario. Tra le curiosità della gestione, va ricordato che quelle di Equi sono le prime grotte italiane a emissioni zero, vuoi perché sostituendo l’illuminazione tradizionale con la tecnologia LED Legambiente Lunigiana ha abbattuto dell’80% i consumi elettrici del sito, vuoi perché ogni anno, a totale compensazione delle emissioni equivalenti di CO2, il Circolo s’impegnaa sostenere progetti d’interesse socio/ambientale in molti Paesi in via di sviluppo (in India nel 2014, in Colombia nel 2015, etc.).

Filiera canapa toscana

Filiera canapa toscana, a cura di Legambiente Valdinievole. Tutto nasce quasi per scherzo. Nella primavera del 2013, quasi a sfidare il distretto vivaista, che sta tentando la “penetrazione” nella più importante e fragile area umida interna del Paese, il Padule di Fucecchio. S’intuiscono le potenzialità di una coltura alternativa, che ha tra l’altro la qualità non secondaria di migliorare il suolo agricolo. Nel 2014, consci di dover pianificare da zero un’intera filiera produttiva, si registra il marchio “Filiera canapa toscana”, di cui è promotore il Circolo e soci diversi consorzi agricoli, un GAS, l’associazione Chimica Verde e una decina di produttori. Il primo raccolto, a causa della stagione meteo/climatica disastrosa e dell’inesperienza, è insoddisfacente. Ma nessuno osa arrendersi. Anzi, si riparte di buona lena nel 2015. Vengono individuate quattro aree di produzione prioritaria, due nella provincia di Pisa, una nel livornese e una nell’aretino, per complessivi 30 ettari di coltivazione. Si stringono nuovi accordi con altri quindici produttori e, se la stagione manterrà le promesse, a fine anno avremo finalmente il primo olio e la prima farina da canapa interamente coltivata e lavorata in Toscana. A puro titolo esemplificativo, la resa standard di un ettaro di questa coltura si aggira sui 6 quintali. Che diventano 180, sull’intera superficie oggi destinata alla canapa in Toscana. Dal 70% di questa produzione si ottiene farina, dal 15% olio, dal restante 15% altro seme. Oggi, mentre il consorzio di filiera toscano progetta per il 2016 nuovi investimenti nella ricerca e nuove frontiere produttive sulle fibre di paglia di canapa, si affaccia all’orizzonte una bella sinergia col Circolo di Piacenza, partner di un’analoga iniziativa imprenditoriale in Val d’Arda (Canapiace). Le reti di Legambiente sono ben salde e creative e dimostrano che promuovere una nuova agricoltura è davvero possibile.

Una dimensione solidale e inclusiva

Una dimensione solidale e inclusiva, a cura di Legambiente Pistoia. Il nostro non è un ambientalismo che possa prescindere da una fortissima vocazione sociale. Lo dimostrano le tante attività del Circolo di Pistoia, dedicate all’inclusione, al recupero e all’integrazione sociali. Col progetto “Sguardi di paesaggio”, in particolare, con la collaborazione attiva della parrocchia di Marliana, ci siamo occupati dell’inserimento di otto cittadini africani richiedenti asilo. Li abbiamo fatti avvicinare al fascino discreto della fotografia, seguendoli in un vero e proprio corso di formazione professionale. Abbiamo dato loro l’opportunità di esprimere loro stessi, con una serie di campagne di scatto nel paese, per poi organizzare e allestire una mostra dei loro fotogrammi. Il risultato, culminato nell’esposizione in Sala Consiliare, è andato oltre ogni aspettativa e ha connotato di commozione ed empatia la relazione tra docenti e allievi del corso. Un’altra azione esemplare è stata quella coi detenuti del Carcere di Pistoia, coi quali abbiamo progettato la ristrutturazione bio/architettonica delle corti interne dell’edificio, così da renderle più verdi, vivibili e accoglienti durante le visite dei familiari. Non solo, per i figli dei detenuti, è stata prevista una serie di laboratori didattici sul riciclo creativo della materia per rendere le più serene possibili le visite in carcere, in attesa che dal 2016 si parta con la raccolta differenziata porta a porta dei rifiuti, organizzata, manco a dirlo, dai detenuti stessi e dai volontari di Legambiente

Campagna Aperta

Campagna Aperta, a cura di Legambiente Arezzo. E’ stata questa una delle prime esperienze italiane di mercatale a km zero, come si usa dire oggi. Nasce, infatti, da un’iniziativa pilota del 2003 condotta ad Arezzo dal Circolo Laura Conti, insieme a una ventina di agricoltori del territorio. Come scrivemmo anche allora, “volevamo offrire la possibilità a chi vive in città di riavvicinarsi alla campagna, gustando prodotti sani, genuini e dai sapori antichi. Volevamo favorire l'incontro tra le famiglie aretine e i piccoli produttori agricoli, che sono anche i custodi attivi del nostro paesaggio, con la cura degli uliveti, dei fossi e dei terrazzamenti”. Dal 2007 Campagna Aperta diventa un’iniziativa più ampia e strutturata, con la partecipazione del Comune, della Provincia e delle tre confederazioni agricole. Si dà un suo Statuto e precisi criteri di selezione dei produttori, che non si limitano più al biologico ma accolgono anche i marchi di qualità. Un mercato che acquisisce una cadenza mensile, in coincidenza con la Fiera Antiquaria, in modo da attirare anche l’interesse dei turisti. Molta acqua è passata sotto i ponti, da allora.  In questo decennio, l’esperienza dei mercati dei produttori si è diffusa in tutta la Toscana e in tutta Italia. Coldiretti ha lanciato nel frattempo i suoi mercati di Campagna Amica, con cadenza settimanale. Sono sorte forme anche più stabili di distribuzione, come negozi di prodotti locali e mense scolastiche a km zero. E’ nato proprio in Toscana, in Valdarno, il primo mercato quotidiano al coperto di produttori. E un altro mercato quotidiano sorgerà proprio ad Arezzo, alle Logge del Grano, entro l’autunno 2015. Strumenti decisamente più potenti di sostegno alle produzioni locali, ma che inevitabilmente vanno gestiti da strutture altamente specializzate. Il mercato a cadenza periodica, mensile o al massimo settimanale, resta quindi l’unica forma in grado di consentire un rapporto vero e diretto tra contadino e cittadino. E’ per questo motivo che dopo quasi un decennio di vita, Campagna Aperta continua la sua strada, anche se non gode più dei sostegni economici e logistici di Comune e Provincia. Sono i produttori stessi a volerlo e ad autotassarsi. Un’altra scommessa vinta da Legambiente, visto che riusciremo a confermare e a rafforzare i valori originari del mercatale, facendone un motivo non di competizione, ma semmai di vetrina periodica per lo stesso mercato quotidiano delle Logge del Grano e per gli agricoltori che vi aderiscono.

Progetto Sterpaia

Progetto Sterpaia, a cura di Legambiente Val di Cornia. La città/fabbrica di Piombino è in crisi, non più solo economica. E’ in crisi d’identità. La siderurgia, purtroppo, è moribonda e il nuovo stenta ad affermarsi. Anche l’agricoltura locale, essenzialmente estensiva e monocolturale, è in difficoltà a causa del cuneo salino che, inquinando le falde idriche, non permette l’irrigazione efficiente ed efficace dei terreni. Da questo contesto, tutt’altro che roseo, muove l’esperienza, per certi versi straordinaria, del Progetto Sterpaia. Il motore dell’operazione è l’associazione Val di Cornia Bio, promossa dal coordinamento toscano dei produttori biologici e da Legambiente Val di Cornia, col patrocinio di tutte le istituzioni locali (Parchi Val di Cornia S.p.A. in testa) e la collaborazione scientifica dell’Università di Firenze. Nell’estate del 2012 viene stipulato un protocollo d’intesa tra le parti, che determina l’affidamento di ampie aree incolte di proprietà pubblica alla Val di Cornia Bio, al fine di renderle produttive nel settore della cerealicoltura. Vengono proposte sementi antiche, anche in funzione del recupero di varietà ormai dimenticate, che hanno valori nutrizionali ed organolettici di primissimo ordine. Viene elaborato un progetto di filiera, che viene sottoposto al CdA della Parchi, che finalmente nel luglio 2013 lo approva. E’ così che nasce il Progetto Sterpaia, che oggi ha già panificato per numerose tonnellate di produzione d’altissimo pregio, e che ha già prodotto pasta integrale trafilata al bronzo, anch’essa molto apprezzata dai consumatori locali. Ora, la scommessa si sposta sul rafforzamento della filiera, con lo strumento dei contratti di rete, con l’acquisto di un mulino per cereali e di un maltificio per il distretto, con la promozione, infine, di reti capillari di

Effecorta

Effecorta, a cura del Circolo di Capannori e Piana lucchese. L' idea, che nasce nell’estate del 2009, è per certi versi geniale nella sua essenzialità. E i protagonisti di questa bellissima avventura imprenditoriale toscana sono tutti giovani soci del nostro Circolo. Di cosa si tratta? Semplice: promuovere e distribuire prodotti rigorosamente locali e alla spina (vino, olio, farina, legumi, detersivi e molto altro ancora …) alimentando da un lato l'economia del territorio, dall'altro riducendo in modo assai significativo gli imballaggi. In un periodo di crisi economica e di valori, come quello che stiamo vivendo, un progetto di ampio respiro, dotato di prospettiva e acume

Oggi, infatti, la rete Effecorta conta quattro punti di distribuzione in Italia:

  1. A Capannori (dov’è nata, a pochi km dal capoluogo lucchese, in piena campagna)
  2. A Milano (in una zona agiata e residenziale della seconda metropoli del Paese)
  3. A Prato (in una città a fortissima vocazione interculturale)
  4. A Padova (in una città d’arte del Nord, molto legata al suo polo universitario).

I risultati di Effecorta da Marlia (Capannori) sono davvero straordinari: oltre 26.000 contenitori riutilizzati in 4 anni, oltre 120 produttori locali attivati nel raggio di 70 km dal primo negozio, oltre 250 prodotti promossi alla vendita. A Capannori, a sei anni dall’inizio di questa avventura, sono in fase di lancio la fattoria, la locanda, l'osteria.

Il progetto Effecorta ha avuto il merito di contemplare e accogliere diverse spinte innovative e originali. Ha favorito fortemente le produzioni locali più tipiche e, più in generale, l’agricoltura toscana. Ha valorizzato un’economia di prossimità e, al tempo stesso, ha svolto una fondamentale funzione pedagogica nei confronti dei consumatori, invitandoli a comportamenti più sobri e responsabili in materia di riduzione dei rifiuti. Con la sua attività, Effecorta ha promosso concretamente un cambio di mentalità e un nuovo stile di vita. Non è un caso se un componente della cooperativa è diventato oggi membro del team operativo dell’Osservatorio Nazionale Rifiuti Zero.

Effecorta è stata scelta, inoltre, dalla BBC World come una delle migliori venti buone pratiche al mondo per la sostenibilità dei commerci, ha vinto il premio Toscana Ecoefficiente nel 2010, ed è stata infine insignita del titolo di “buona pratica” anche dal Parlamento Europeo, nel febbraio 2013.